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Jelsi e' un paese di circa 2000 abitanti, in provincia di Campobasso, da cui dista circa 23 Km; ha un territorio comunale di 28,50.

L'andamento del suolo è caratterizzato dal rilievo tipico collinare con altitudine media di 500 metri s.l.m.. Il territorio comunale e' attraversato dalla fiumara Carapelle, affluente di destra del fiume Tappino.

L'asse portante della viabilita' e' la statale 17, Appulo-Sannita. Il centro storico del paese, di stampo medioevale, a pianta quasi ellittica, e' ubicato su uno sperone di calcareo a strapiombo sul Carapelle (RIPO), racchiude le emergenze architettoniche piu' antiche; in largo Chiesa madre si affacciano la chiesa Madre di S. Andrea Apostolo (XI sec.), il Palazzo Ducale dei Carafa (XVI sec.) e la Cappella della SS. Annunziata (XIII sec.).

Nel resto del paese si potranno apprezzare: il palazzo Valiante (un esempio di residenza fortificata del 1700), la casa Pinabello, il palazzo Civico, la fontana dei delfini ed a pochi chilometri dal centro abitato il convento dei Frati Francescani. Inoltre la bellezza incontaminata dei querceti, dei pittoreschi laghetti collinari, delle limpide e fresche acque delle numerose sorgenti e delle tipiche abitazioni contadine (masserie), consentono di trascorrere una giornata a contatto con la natura e gustare i tipici e genuini prodotti locali offrendo l'opportunita' di praticare l'agriturismo.

La maggiore altitudine non supera i 745 metri s.l.d.m. Il territorio è formato da colline e piccole valli. Le sponde del Carapelle formano un' ampia conca dal Castello della Rocca fino al Campo della Terra.

 

La storia

Cenni Storici di Giambattista Masciotta


ORIGINE E DENOMINAZIONE.
- Esisteva nell'agro di Ururi nei primordi del secolo XVI un piccolo villaggio denominato "luce" nei diplomi, e comunemente dal popolo "Ielsi": voci entrambe che possono considerarsi deformazione di "elce". Ielsi non avrebbe potuto, per avventura, aver assunto il nome delle elci poderose che forse un tempo ne popolavano l'agro?

A noi parrebbe che si; ma la diplomatica più remota è del tutto avversa alla nostra congettura georgica.

Ielsi, nei diplomi più antichi, è detta "Gittia" (come nei Regesti angioini), e "Gitium" in tempi più prossimi; e secondo il Galanti: " Questo paese si chiamava nel 1404 Terra Gyptie (val quanto dire: egizia) per essere stato fondato da quei vagabondi che in Francia si dicono boemi, in Spagna gitanos, altrove egiziani o gizii, e presso di noi zingàni o zingari" (197).

Ciò potrebbe avere un fondamento di realtà, purchè si dimostrasse che siffatte tribù randagie infestassero le nostre contrade fin nei tempi longobardi; poichè Ielsi esisteva fin d'allora, e il suo nome era "Gittia" allorchè fu presa dai normanni nella seconda metà del secolo XI, come si legge in Goffredo Malaterra.

In qualche documento del seicento Ielsi è chiamata "Gelzi" e "Gilizza" secondo rilevasi dal Vincenti (198); onde sorse spontanea l'idea che fosse così detta forse dai gelseti che ne abbelliveno la località.

Lo stemma del Comune porta nel campo una testa umana coronata baronalmente. Il sigillo in cui è riprodotto porta la data del 1747.

POPOLAZIONE.
- Fuochi 198 nel 1532: 283 nel 1545: 211 nel 1561: 179 nel 1595: 152 nel 1648: 112 nel 1669: abit. 1875 nel 1780: 2200 nel 1795: 2624 nel 1835: 2770 nel 1861: 3179 nel 1881: 3341 nel 1901: 3161 nel 1911.

NOTIZIE FEUDALI.

- Nei rapporti di Ielsi, non si hanno notizie sicure se non dal periodo angioino, e precisamente dal 1269, allorchè l'università ebbe per titolare Bertrando di Belmonte, secondo l'attestazione del Libro delle Donazioni di Carlo I. Da quest'epoca, insino alla metà del secolo XVI, Ielsi ebbe identici con Gildone i trapassi ed i titolari feudali, senza alcuna differenza.

Verso il 1550, poco prima o dopo, i Carafa venderono il feudo alla famiglia Pavesio, la quale forse non ancora siedeva nel patriziato regnicolo.

Di essa sono noti due titolari:
a) Nicola, il cui nome è testimoniato dalla documentazione relativa ad una vertenza ch'ebbe contro l'università di Ferrazzano nel 1559 pel "jus Plateario".

b) Vincenzo, menzionato dal Mazzella quale titolare nel 1586.

Sullo scorcio del secolo, e forse durante il governo di Vincenzo, Ielsi tornò in dominio dei Carafa, che probabilmente avevano venduto col diritto del retrocedendo, felicemente sperimentato dagli eredi.

La rinnovata signoria fu tenuta dai seguenti titolari:

a) Eligio, ricuperatore del feudo, figlio di Ottavio Carafa (signore di Cercepiccola) e di Marzia Mormile. Decio, maggior fratello di Eligio, era Cardinale, e morì arcivescovo di Napoli nel 1626. Eligio Carafa ebbe in moglie Girolama di Capua, e da costei larga prole. Nei Registri Parrocchiali di Ielsi vi sono ricordanze dei soggiorni della casa Carafa dal 1611 al 1619.

b) Giambattista, primogenito ed erede d'Eligio. Giambattista conseguì il titolo ducale sul feudo: nel 1642 comprò Campobasso, e nel 1675 vendè Ripabottoni al marchese di Salcito.

Dalla consorte Cornelia del Tufo ebbe tre figli: Decio, Francesco e Mario. Il primo morì celibe, il secondo abbracciò il sacerdozio, e l'ultimo fu erede del feudo.

c) Mario, deceduto senza eredi nel 1737, consorte di Antonella d'Aquino.

Catterina de Haro y Guzman marchesa del Carpio, in previsione della mancante successione di Mario Carafa, fin dal 1717 aveva ottenuta dall'imperatore e Re Carlo VI la concessione futura dei feudi, e precisamente di Ielsi, Campobasso e Civitella in agro di Campodipietra. Se fosse ella, vedova o figlia od altrimenti congiunta del marchese del Carpio, vicerè di Napoli morto nel 1687, non sappiamo.

Siffatta concessione non ebbe effetto, verosimilmente per la premorienza della beneficiata.

Ielsi, intanto, prima ancora della morte del titolare, venne posta in vendita dai creditori di lui, conforme l'apprezzo fattone nel 1732 dal Tavolario Giuseppe Stendardo.

Acquirente ne fu con l'annesso titolo ducale Marcello Carafa della Spina, del quale tessiamo la biografia nella mon. di Campobasso; e la discendenza di lui fu signora di Ielsi insino all'eversione della feudalità.

Ultimo titolare: Luigi. Luigi Carafa duca di Ielsi, trovandosi in Napoli al tempo dell'anarchia popolare del 1799, e dell'entrata dei francesi, fu compreso dal generale Championnet fra i venti cittadini eletti a far parte della Municipalità della capitale, per provvedere alla sussistenza della città, vigilare il patrimonio pubblico, prevenire i disordini e punire gli attentati contro la pubblica tranquillità; ed accettò l'ufficio per tema - rifiutandolo - d'esporsi alla taccia di partigiano della monarchia.

Quando, però, il 15 aprile di quell'anno l'Abrial, Commissario Organizzatore, sciolse il Governo provvisorio per sostituirlo con la Com-
missione legislativa di 25 membri e la Commissione esecutiva di 5, ed incluse in questa l'ex-duca di Ielsi, Luigi Carafa declinò la non ambita designazione. Non la modestia lo spingeva ad appartarsi, sibbene l'intima fede "realista" e la paura del poi.

Morì nel 1809, nel gennaio; e non avendo avuta prole, lasciò erede dei burghensatici Gerardo Carafa Conte di Policastro, in seguito al cui decesso - avvenuto nel febbraio 1810 - l'eredità fu raccolta dal Conte di Forlì Francesco Carafa e dalle costui sorelle principessa di Sansevero e duchessa di Bruzzano.

Della famiglia Carafa forniamo i ragguagli storici e nobiliari nella mon. di Forlì nel III volume.

Il palazzo ducale - sul cui verone è lo stemma marmoreo della casata col motto "Hoc fac et vives" - con atto del 6 aprile 1857 fu venduto ai sigg. D'Amico (fu Giuseppe) dalla duchessa Maddalena Carafa, della quale è cenno nella mon. di S. Giuliano del Sannio.

È tradizione (199) che il palazzo, già dei Carafa, sia stato costruito nel 1517 dalla famiglia locale de Pinabellis, sull'area occupata dall'antico castello baronale: e poi restaurato verso il 1840 dei danni subiti in causa del terremoto del 1805.

NOTIZIE ECCLESIASTICHE.

- Ielsi appartiene alla archidiocesi di Benevento. Comprende una sola parrocchia intitolata a S. Andrea apostolo, ch'è pure patrono comunale, e la cui festa viene celebrata annualmente il 30 novembre.

Le chiese sono:


S. Andrea apostolo. - È antichissima, ed antico del pari il titolo di arcipretale e ricettizia. Nel 1864 venne integralmente restaurata per lo zelo del sac. Luigi Capozio, vicario foraneo, il quale ne iniziò pure la decorazione a stucco. L'attuale arciprete portò a compimento i lavori, e perchè il rinnovamento dell'edificio fosse completo, nel 1905 rifece a nuovo il pavimento con mattonelle di cemento.

La chiesa è divisa in tre navi; il cui interno misura m. 30 di lunghezza, 13 di larghezza e 9 di altezza.

B. Vergine e SS. Sebastiano, Biagio e Rocco
. - Fu fondata nel secolo XVI, come attesta una lapide murata nella parete posteriore esterna dell'edificio del seguente tenore: / Terentius Archypresbyter Muctio-Nigro / In Honorem Dei Et Martyrum / Hoc Sacrum Opus / a Fundamentis Erexit / 1581 /.

Fu consacrata nel 1709 dal Cardinale Orsini, come rilevasi da una iscrizione marmorea infissa nella parete a cui è addossato l'organo: / Ecclesiam Hanc / In Honorem Dei - B.M.V. Ac Sancti Blasii P. Et M. / Una Cum Ipsius Majore Altari In Honorem / Sancti Sebastiani. M. Ac Rochi C. / Solemni Ritu dedicavit / Die XV Iulii MDCCIX / Ca. Orsinus /.

Nel 1907 ebbe restauri accurati e dispendiosi, che l'hanno tornata a congruo grado di decoro. Era, questa chiesa, di juspatronato dell'università; ed ora è sede delle due Confraternite locali del SS. Rosario e del Sacramento.

S. Maria delle Grazie. - È situata ad oltre un chilometro a valle dell'abitato, e faceva parte integrale del vasto ed antico Convento omonimo. Una sorgente d'acqua pura e leggiera e fresca, che anima una vecchia fontana, allieta la località.

Il Convento, già asilo dei Minori Osservanti, fondato nel 1563, rovinò quasi del tutto pel terremoto del 1805 insieme con la chiesa. Restaurato in minima parte, fu soppresso nel 1809 e riaperto vent'anni dopo. Dal 1829 al 1867 fu abitato da pochi religiosi, che ricostruirono la chiesa dalle fondamenta col danaro del popolo, e la riaprirono al culto nel 1850.

Nel 1867 il Convento fu ceduto dal Demanio al Comune, il quale una zona dell'orto monastico adibì per ampliamento del cimitero.

Le serie degli arcipreti:


De Pinabellis Camillo (? - 1531 - ?): De Silvestris Antonio (1561-62): Muccio-Nigro Biagio (1562-1602): Pasquali Mario di Pietracatella (1602-30): Fratino Giosofatte (1630-58): Granata Giovanni (1658-67): Zilembo Salvatore (1667-87): De Iafusillo Domenico (1687-94): De Silvestris Giuseppantonio (1694-1730): Gioia Andrea (1730-60): Severino Gennaro (1760-87): Eletto Alessandro (1787-1809): Granata Pasquale (1809-22): Martini Marco (1822-25); D'Amico Serafino ec. cur. (1825-30): D'Amico Biase (1830-60): Virgilio Girolamo ec. cur. (1860-61): De Simone Crisanto (1862-93): D'Amico Michele (1893-19..

NOTIZIE AMMINISTRATIVE.
- Ielsi faceva parte della Capitanata, e probabilmente non era mai appartenuta al Contado. Nel 1799 fu compresa nel Dipartimento del Sangro e nel Cantone di Riccia.

Per la legge 8 dicembre 1806 Ielsi venne ascritta al Distretto di Foggia e fatta capoluogo di Governo, comprensivo di Gildone e Cercemaggiore.

Con R.D. 25 dicembre stesso anno, venne staccata dalla Capitanata ed aggregata al Molise nel Distretto di Campobasso. Nel 1816, con la legge 1º maggio, Ielsi ebbe staccato dalla circoscrizione del proprio Circondario (già Governo) ed ora Mandamento, il Comune di Cercemaggiore, ed aggiunto quello di Campodipietra.

Nel 1892, per la legge 31 luglio, il Mandamento giudiziario di Ielsi fu soppresso; e Ielsi ascritta al Mandamento giudiziario di Riccia.

Il Mandamento di Ielsi invia un solo rappresentante nel Consiglio Provinciale. Ebbero il mandato:

Campensa dott. Aurelio di Gildone dal 1861 al 1867.
Perrotta dott. Giannicola di Gildone dal 1868 al 1882.
Rossi avv. Giammichele di Campodipietra dal 1883 al 1894.
Testa Michele di Ielsi, dal 1895 al 1913.
Campensa ing. Domenicangelo di Gildone, dal 1913 al 19..

Il Municipio è in sede di proprietà comunale in una palazzina di recente costruzione, con torre per l'orologio pubblico.

Le serie dei Sindaci:


Testa Cipriano (1809): Farinaccio..... (1810): Severino Nicola (1811-12): Fletto Carlo (1813-14): Ciaccia Michele (1815-18): Fletto Carlo (1818-21): Vena Domenico (1822-26): Tatta Francesco (1826-28): Tatta Giuseppe (1828-31): D'Amico Giuseppe (1831-33): Caporaso Giuseppe (1834): Valiante Giuseppe (1835-36): Vena Domenico (1837-38): Farinaccio Vincenzo (1838-40): D'Amico Teodosio (1840-43): Santella Nicola (1843-46): Gentile Nicola (1846-52): Miozzi Francesco (1853): Morrone Andrea (1853-54): Gentile Angelandrea (1855-58): Campanaro Pasquale (1858-60): Capozio Filippo (1860): Testa Giovanni (1861-71): Ianigro Nicola R. Comm. (1871-72): Ciaccia Giambattista (1873-78): Gentile dott. Biase (1879-83): D'Amico Teodosio (1884-91): De Nigris Severino (1892-99): D'Amico dott. Giuseppe (1900-05): Capozio avv. Filippo (1905-07): De Nigris Severino (1907-...

COLLEGIO ELETTORALE.

- Ielsi fa parte del Collegio elettorale di Riccia, e soltanto nel breve periodo dal 1882 al 1891 appartenne al Collegio di Campobasso I.

ARMA DEI RR. CC.
- È allogata nell'ex-palazzo ducale, di proprietà degli eredi d'Amico Teodosio, per l'annuo fitto di L.600. Forza 5.

AGENZIA DELLE IMPOSTE
.
- Riccia.

UFFICIO DEL REGISTRO.
- Riccia.

ISTRUZIONE PUBBLICA.

- Il Comune annovra tre classi elementari maschili e tre femminili, rette da quattro insegnanti d'ambo i sessi. Le scuole sono in locali di proprietà privata tenute in fitto. La spesa annua complessiva ascende a L.5.300.

POSTA E TELEGRAFO.
- L'uffcio postale è stato aperto il 1º novembre 1875. L'ufficio del telegrafo il 1º ottobre 1887.

ISTITUZIONI ECONOMICHE E DI BENEFICENZA.

* Monte Frumentario. - Dispone d'un capitale d'ettolitri 1670 di grano; e di un capitale liquido di L.5.400, in parte investito in rendita pubblica, in parte depositato nella locale Cassa Postale di Risparmio.

Nel 1902 la sua rendita era valutata a L.1.675,26 gravata d'un contributo annuo di L.74,34 alla Provincia.

* Congregazione di carità. - Ha un capitale effettivo che si valuta L.58.700; e dispone d'un'annua rendita di L.2.973. Nel 1902 la rendita ascendeva a L.2.187,95 gravata per L.97,09 di contributo provinciale.

ILLUMINAZIONE PUBBLICA.
- A gas acetilene dal 1907 al 1910: dal 1910 ad energia elettrica fornita dalla ditta Massimo-Del Lupo di Riccia.

CIMITERO.

- Fu costruito a seguito del colera del 1837, in contiguità della parete occidua della chiesa di S. Maria delle Grazie annessa al Convento omonimo. Essendo di proporzioni troppo anguste, nel 1874 si avvisò la necessità d'ampliarlo; e il Comune, nella circostanza, fruì d'una zona del vasto orto monastico.

Fra le cappelle gentilizie, notevole quella del sac. Francesco Capozio.

CRONACA LOCALE.
* 1672 - Il 22 marzo l'abate Cesare Riccardo, famoso bandito, entra a Ielsi alla testa di sessanta masnadieri, e la mette a sacco. Rileviamo la notizia dallo "Archivio Storico per le Provincie Napoletane" (vol XIV, a pag. 294), ed altresì che il Riccardo fu ucciso il 3 agosto dello stesso anno; e la sua testa conficcata ad un palo portata a Napoli, dove venne esposta per molti anni sulla Porta Capuana, in una gabbia di ferro.

* 1807 - Con R. D. 28 dicembre il governo assegna la somma di 400 ducati al sac. Giovanni d'Amico pei danni cagionatigli dai briganti.

BIOGRAFIA.

Andrea Valiante. - Nato a Ielsi il 1º dicembre 1761 da Saverio. Uomo non di studi, ma soltanto d'azione, fu implicato nelle congiure giacobine che facevano capo al cenacolo della baronessa di Castelbotaccio (200), arrestato nel 1795, e detenuto per un paio d'anni, prima a Lucera e poi a Napoli in castel S. Elmo.

Proclamata la repubblica, il Governo Provvisorio lo nominò Commissario di Guerra pel Dipartimento di Sangro, di cui era a capo - col grado di Commissario Organizzatore - Nicola Neri (201).

Per diversità di carattere fra i due, e forse anche per la imprecisione delle rispettive competenze, il Valiante non fu amico del Neri, nè questi del Valiante; e durante il periodo del loro governo si pallegiarono accuse scambievoli con nullo vantaggio personale, e molto danno della cosa pubblica, che chiedeva - non pettegolezzi e brighe - ma concordia d'animi, perseveranza d'intenti, unità d'azione.

Andrea Valiante - nel così vasto e deforme Dipartimento - spiegò la propria attività di funzionario specialmente nei Cantoni di Baranello, Campobasso, Riccia, Larino e Termoli; ed in verità - rincresce doverlo dire! - senza lasciare bella fama di sè. Numerose ed ingenti taglie impose per motivi diversi a quasi tutte le università da lui frequentate: e dalla sola Campomarino aveva preteso ed ottenuto diecimila ducati di penale per la morte ivi data a tradimento al di lui infelice cognato Domenico di Gennaro di Casacalenda. Dove andava a finire tanto danaro spremuto con l'autorità della pubblica funzione, e con la violenza soldatesca?

La spiegazione s'ebbe nel giugno di quell'anno stesso quando la Repubblica era in agonia.

Andrea Valiante, costretto a fuggire improvvisamente da Compobasso (dove domiciliava con la famiglia nel palazzo Mascione), lasciò in una camera - a tutti chiusa - ben ventiquattro casse piene di roba, delle quali una "era ferrata e pesantissima, e bisognò impiegare ben "sette robusti uomini al trasporto di essa" (202).

Quando il De Cesare occupò le città, in nome del cardinale Ruffo e del Re, prendendo alloggio nel palazzo Mascione, la domestica del Valiante denunciò al nuovo arrivato la cassa misteriosa: e il prezioso contenuto venne amichevolmente diviso fra il generale della Santa Fede e Paolo Norante di Campomarino suo "alter ego" (203). La delatrice ebbe una mancia di 300 ducati; ciò che implicitamente rivela il valore ingente del predato bottino!

Caduta la Repubblica, Andrea Valiante fu sollecito a salvarsi fra i soldati francesi (prima che le Capitolazioni del Ruffo venissero revocate pel tramite dell'infame Nelson); e battè la via dell'esilio stabilendosi a Marsiglia, dove fu nominato funzionario del Deposito Generale dei rifugiati italiani: ufficio che gli dava qualche lucro, ma non tale da consentirgli di sostentare la famiglia.

Si diede al commercio, e nemmeno da questo ritrasse vantaggio, poichè una relazione illecita assorbiva quel poco d'utile ch'egli poteva ritrarre dai negozii (204).

Nel 1806 tornò nel Regno con le armi di Giuseppe Napoleone; ma da privato cittadino, fruente di un'annua pensione di cento lire al mese. Il Valiante contava, allora, appena nove lustri d'età; e pretendeva dal nuovo regime la promozione a generale (avendo servita la Repubblica col grado di Colonnello, acquisito di primo acchito), e il comando d'una provincia (205). Era la sua specialità; ma il governo napoleonide, bene informato delle sue gesta del 99 e dei suoi disordini domestici, si spinse appena appena a confermargli il grado di Colonnello in funzione nella Guardia Nazionale. Un vero disastro!

Nel 1820 eccolo nuovamente in moto. Dalle "Memorie" di Guglielmo Pepe apprendiamo che il Valiante "essendo caldo carbonaro e non molto prudente, il Direttore di polizia Patrizio dispose che fosse incarcerato"; onde si rifugiò nel Quartiere Generale di Avellino offrendo al Pepe gli aiuti dei Carbonari molisani. Il Pepe lo spedì a Sansevero, perchè si tenesse nascosto presso il Sottintendente di quel Distretto, e pronto agli ordini che fosse per ricevere allo scoppio della rivoluzione (206).

Nel 1821, quando la Costituzione era già in pericolo, e la libertà insidiata dalla Corte e dall'Austria, "il Colonnello Valiante, ch'erasi tanto compromesso prima della rivoluzione, e che ora comandava la Legione del Molise, sua provincia natale" (207) si recò in Aquila dove stanziava il Pepe; ma la Legione del Molise non giunse. Erasi sbandata per via, e il Colonnello Comandante non ne aveva avuta notizia!

Andrea Valiante, Commissario di Guerra nel 1799, Colonnello della Guardia Nazionale nel 1820, era troppo abile nei piccoli maneggi delle congiure, ma al fuoco non fu mai: questa la verità cruda della storia.

Abolita la Costituzione e restaurato l'assolutismo mercè le armi austriache, Andrea Valiante fu catturato nella propria casa a Ielsi, condannato all'ergastolo e tradotto nell'isola di Favignana.

Luigi Alberto Trotta asserisce che morisse colà poco tempo dopo (208). Non è esatto. Dal Michitelli rilevasi che nel 1827 - in occassione della nascita del Conte di Trapani - Andrea Valiante ebbe comutata la pena a trent'anni di relegazione nella lontana Pantelleria (209).

Il Valiante giunse in quest'isola il 15 agosto 1828; e quivi terminò la sua vita travagliata ed irrequieta addì 8 ottobre 1829, nella più desolata miseria, poichè il Governo non gli passava che dieci grana al giorno per vitto, e dalla famiglia stremata non riceveva nulla.

Su di un volume legale appartenuto al figlio Saverio, ci fu dato rintracciare tali date, e la notizia che il Valiante era stato "assistito affettuosamente da Carlo Corbi, gentiluomo di Avigliano, e suo compagno di sventura".

Il Valiante aveva sposato - non prima del 1784 - Maria Concetta Mutarelli, beneventana, deceduta a Ielsi il 13 marzo 1828, dalla quale aveva avuto sei figli: Domenico, morto nel 1834; Gennaro a Termoli nel 1852; Saverio; Giuseppe stato Sindaco di Ielsi nel 1835-1836; Gabriella e Giacinta maritate fuor del paese di origine.

Il palazzo dei Valiante, a due piani, con quattro torri angolari a feritoie, occupa un'area di 2000 metri quadrati, ed ha annesso un giardino di circa 20 ettari. Costruito dal 1790 al 1796, venne incendianto dalle orde della S. Fede, e tosto restaurato. In una sala si vede ancora la breccia fatta nel muro dai gendarmi borbonici del 1821 per trarre dal nascondiglio il Valiante: nascondiglio loro indicato da un tristo, che aveva ricevuto dall'ex Colonnello non lievi favori!

Esso palazzo è posseduto, da una trentina d'anni, dagli eredi del sac. Luigi Capozio, che lo acquistò dai sigg. Del Giudice di Piedimonte d'Alife.

Carlo d'Amico. - Nacque a Ielsi nel 1857, da Teodosio e Marianna Roberti, ed entrato nell'esercito - semplice soldato - nel 1875, nel luglio del 1911 era promosso Maggior Generale.

In sette lustri di vita militare, egli prodigò la propria coltura genialmente eclettica nello insegnamento delle più svariate discipline nella Scuola Militare di Modena e nella Scuola di Guerra a Torino. Fu pure, ad intervalli di tempo, Comandante di Reggimento, e Capo della Divisione dello Stato Maggiore al Ministero della Guerra. Sennonchè le funzioni della Cattedra e delle amministrazioni centrali non ebbero a fiaccare le energie del soldato; e il d'Amico, che da Capitano di Stato Maggiore aveva fatta la Campagna Eritrea del 1889, da Maggior Generale fece la Campagna di Cirenaica; e nella battaglia di Bu Sceifa ebbe ucciso il cavallo da una palla beduina, che per poco non colpì lui alla fronte.

Messo al comando del presidio di Tobruck, completò la cinta fortificata del luogo, spegnendo nei ribelli ogni velleità di riconquista.

Motivi di salute l'obbligarono a rimpatriare; e, di ritorno, assunse il Comando della Brigata Parma di stanza a Torino; ed era prossimo a maggiori ascensi nella gerarchia, allorchè un tumore alla base della gola, ribelle a più atti operativi, minò la forte fibra di lui, che pur aveva superate le insidie del clima libico.

Carlo d'Amico morì nell'ospedale Mauriziano di Torino il 21 luglio 1914; e la sua salma - lacrimata da tutto il Molise orgoglioso del figlio illustre - venne tumulata nel Cimitero del paese nativo il 28 luglio, dopo le popolari estreme onoranze tributatele dal capoluogo della Provincia.

fonte: http://www.roangelo.net/molise/jelsi.html

 

Cosa vedere

Chiesa S. Andrea Apostolo
La Chiesa di S. Andrea Apostolo è collocata nel centro storico del paese, nella piazza sulla quale si affacciano anche l’antica cappella dell’Annunziata e il palazzo della famiglia Carafa.

Restaurata in diversi momenti , la chiesa in molte parti conserva ancora le tracce degli interventi subiti.

Il primo risale al 1817 e fu finanziato dalle rendite ecclesiastiche; nel 1864 si occupò della risistemazione dei decori a stucco il sacerdote Luigi Capozio; ancora nei primi anni del Novecento i lavori di restauro interessarono la pavimentazione.
campanile e pianta della Chiesa Madre S. Andrea Apostolo di Jelsi

        



Palazzo Valiante
Il palazzo Valiante Capozio è ubicato nella parte più alta del centro abitato e rappresenta l’ultima costruzione sulla strada, che dal centro della cittadina porta ai paesi vicini.

Il palazzo Valiante-Capozio oggi appartiene a vari proprietari; solo una parte dell’edificio è però adibita ad abitazione.

              



La Cappella dell'Annunziata

La cappella della SS. Annunziata è collocata in una luminosa piazza del centro storico, largo Chiesa Madre, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale di S. Andrea Apostolo e accanto al palazzo Carafa.

La cappella della SS. Annunziata ha subito nel corso dei secoli numerosi interventi di restauro.

Durante il periodo angioino, l’originario portale in stile romanico fu sostituito con quello attuale.

Dopo il 1870, anno in cui la chiesa venne sconsacrata, l’edificio fu abbandonato e privato dei pavimenti, dell’intonaco affrescato e delle suppellettili sacre; la cripta fu riempita di detriti edilizi.

Nel 1928 il soffitto in legno venne sostituito con travi di ferro e venne aggiunto un piano all’edificio originario.
Nel 1974 la Soprintendenza ai Beni Culturali ha restaurato gli affreschi della cripta.

Pianta Piano Sem.- Pianta Piano Terra - Pianta Piano Primo
La cappella della SS. Annunziata sorge a ridosso del palazzo ducale dei Carafa.

Si distingue per il portale gotico, attraverso il quale si accede all’interno dell’edificio, oggi sconsacrato.

L’intera facciata della cappella, così come il palazzo feudale che la affianca, è realizzata con pietre di piccole dimensioni.

Il portale si compone di due pilastri con capitelli decorati a motivi floreali e antropomorfi, ed è sormontato da un architrave lineare, che sorregge un arco. Questo riporta un’iscrizione a caratteri gotici, che ricorda la data di costruzione della cappella, il 1363.

Oltrepassato il portale si accede all’unica navata della cappella. Il presbiterio è sopraelevato rispetto al piano della chiesa e conserva un portale, che immette nella sacrestia. Il portale conserva un iscrizione, che data la consacrazione, ad opera del cardinale Orsini, al 1696.

L’interno è completamente spoglio, anche se un inventario del 1797 riporta la presenza di un dipinto dell’Annunciazione, di numerosi arredi sacri e di un ricco altare per la celebrazione dell’Eucarestia.

Alla cripta, che rappresenta la parte più interessante della costruzione, si accede attraverso una scala posta alla destra dell’ingresso. Un arco a tutto sesto divide l’ambiente in due vani.

Una tomba decorata a motivi gotici occupa parte della parete di una campata: sul sepolcro, attribuito alla famiglia Beaumont, è scolpito uno scudo che ricorda la nobile famiglia. A sinistra dello stemma è dipinto il volto di Bertranda Beaumont; a destra doveva essere raffigurato il consorte, Barrasio Barras, che poi probabilmente fu seppellito altrove.

La cripta presenta un ciclo di affreschi, che rappresentano le storie di Gesù dall’infanzia alla passione. La datazione degli affreschi è controversa: alcuni sostengono che gli affreschi siano databili tra 1320 e 1332, anno della morte di Bertranda, altri, invece, fanno risalire i dipinti al XIV secolo.

 



Affreschi
Risale al XIV secolo un ambiente affrescato rinvenuto nei sotterranei di una vecchia chiesa in disuso nel 1947. Vi si possono ammirare l’Infanzia e la Passione di Cristo, raffigurate sulla volta da un maestro legato alla corte angioina della scuola di Giotto e Pietro Cavallini, di epoca più tarda è la parete di fondo della cripta, decorata con immagini votive di Santi.


Chiesa B. Vergine e SS. Sebastiano, Biagio e Rocco (1581)
Una lapide ne rivela l’anno di costruzione. Fu consacrata dal Cardinale Orsini nel 1709, come si legge su una lapide. Nel 1907 fu molto abbellita. Era anticamente del popolo, con la sede delle Confraternite del Rosario e del Sacramento.


Chiesa S. Maria delle Grazie (1563)
Parte dell’antico convento dei Minori Osservanti, assieme a cui rovinò nel sisma del 1805. Subentrò la soppressione, ma dal 1829 al 1867 i frati tornarono e riaprirono al culto la chiesa nel 1850. Il complesso è passato al Comune nel 1867.


Collezione D’Amico
Raccolta di oggetti di arte sannitica e romana.


Palazzo Ducale
Risalente al ’500, e reca lo stemma della famiglia Carafa.